Un Chapeau de Paille d’Italie – II° Parte – Lo spettacolo

Se siete un rampollo della borghesia francese immischiato in un matrimonio di convenienza con una giovine siciliana, fate attenzione: avrete a che fare con tutti i numerosi parenti-serpenti catapultati come un fiume in piena a Parigi per assistere all’evento dell’anno. Fadinard, lo sposo in questione, ha soltanto un piccolo problema da risolvere: il giorno del lieto evento il suo cavallo ha divorato un cappello di paglia appartenente a una ricca signora, mentre era impegnata ad amoreggiare nel bosco con un giovane africano dell’esercito. Si dà il caso infatti che Anais sia maritata con un uomo geloso e paranoico, attento al minimo dettaglio, per questo non potrà rientrare in casa prima di aver trovato un cappello di paglia tale e quale a quello che indossava. Si tratta tuttavia di una paglia fine, particolare, proveniente dall’Italia, più precisamente da Firenze, adornata di papaveri rossi… Per salvare l’onore della dama, Ferdinand, seguito alle calcagna dal branco dei parenti della sposa, si destreggerà tra una sarta e una baronessa, a una prometterà la sua mano, all’altra si fingerà un cantante di successo, in un vortice di equivoci, inseguimenti e colpi di scena. Con questa premessa Robert Angebaud porta sul palcoscenico “Un chapeau de paille d’Italie” di E. Labiche, autore brillante a cui in seguito si ispirerà G. Feydeau per le sue commedie. Lo spettacolo, debuttato al 19 Festival di Agen, ha comportato la partecipazione di ben venticinque allievi della scuola del Teatro d’Aquitania. La pièce inizia con gli attori già in scena, voltati di spalle al pubblico, mentre Sophie Jourdan si fa spazio tra loro fino a raggiungere il pianoforte, in un dialogo di sguardi complici con il pubblico; il suo ruolo nello spettacolo non si limita ad accompagnare le canzoni con il pianoforte, ma diventa un personaggio vivo, forse più reale di tutti gli altri, poiché vede sia il pubblico sia i personaggi. Sophie è un tramite tra lo spettatore e i protagonisti assurdi della vicenda, che spesso si siedono a conversare con lei in controscena, oppure chiedono il suo aiuto in una situazione difficile. La prima canzone non ha testo, è una melodia costruita dai suoni emessi dagli attori, che prendono vita come uno stormo di oche, uscendo di scena; da questo intuiamo subito di essere immersi in un mondo particolare.

Un Chapeau de Paille d'Italie - scena iniziale

Un Chapeau de Paille d’Italie – scena iniziale

La reinterpretazione del testo di Labiche da parte del regista è stata senz’altro visionaria e per certi aspetti onirica: tutto ciò che vediamo è come Fadinard se lo immagina, lo spettatore è dunque proiettato nella mente del protagonista, che considera i parenti siciliani inferiori a lui e per questo li vede come una mandria di maiali: gli attori del coro, compresi anche il padre e il cugino della sposa, hanno tutti occhiali tondi e nasi come quelli dei suini; si muovono nello spazio come se fossero un’entità unica che deride, spia, giudica, canta, danza e acclama in un solo respiro. Pieryk Vanneuville, attore e insegnante della scuola, nei panni di Fadinard ha dimostrato un’energia e una concentrazione difficili da sostenere. Per gli allievi non deve essere stato facile  tenere testa a un loro insegnante, eppure molte volte la sintonia era tale che nessuno adombrava l’altro, ma il tutto reggeva brillantemente ed era finalizzato alla riuscita della scena. Senz’altro gli allievi sono cresciuti molto grazie a questa esperienza, anche perché nella pièce ha recitato anche l’insegnante Angnès   François, simpatica e frizzante nei panni della baronessa di Champigny.  I personaggi, da Tardiveau a Vézinet, dalla sarta Clara alla baronessa, dal cugino al padre della sposa, dalla dama maritata al suo amante, dal marito di lei ai suoi domestici, rasentavano il grottesco più estremo, senza per questo risultare finti o forzati; anzi il tutto era ben amalgamato e credibile nella sua intera follia. L’assurdo si è fatto sentire anche nell’indimenticabile pianta di mirto, regalo di nozze del padre della sposa, che cresce di dimensioni ad ogni scena, fino a dover essere trasportata con un carrello. Forse troppo eccentrici i costumi, dai colori sgargianti ed estremi, un vero schiaffo in faccia allo spettatore.

Robert Angebaud alla conferenza stampa

Robert Angebaud alla conferenza stampa

Un plauso principale va agli allievi, travolti in un ritmo frenetico e incalzante, con cinque cambi di scenografia, che erano loro stessi a compiere. Non faccio dunque complimenti ma metto solo nero su bianco il mio parere, quando sostengo che “Un Chapeau de Paille d’Italie” è stato uno tra gli spettacoli più riusciti e godibili del Festival.

La storia ci ha restituito quel sapore di Italia senza esagerazioni: tra canzoni, ballate, risse, scandali, tra l’importanza della famiglia e la ricerca dell’onore. “Non è un’esagerazione” cercavamo di spiegare ad alcuni francesi del pubblico “In Italia siamo proprio così!” La famiglia in questione era siciliana, ma non dimentichiamoci che il cappello di paglia veniva pur sempre da Firenze.

M.E.G.

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