Il Paese dei Balocchi

Dopo tre mesi di viaggio svuoto la mia fedele valigina che adesso è ingrassata (come me, esattamente 7 kg dalla partenza) e rimango immobile nella mia stanza. Sono a casa. L’ultima italiana girovaga è tornata in patria dopo una marcia di un mese, due Festival di Teatro , tre città magnifiche quali Tolosa, Parigi e Bordeaux e un tuffo nell’oceano. Sorrido pensando alla mia avventura e mi rendo conto che un viaggio così non può capitare tutti i giorni…. sono felice che sia capitato proprio a me. Dalla valigia sbuca di tutto: cartoline di musei, mappe, libri francesi, lettere, biglietti di treni, aerei, metropolitane, autobus e traghetti , vestiti sgualciti e malridotti, il mio costume di scena, i pentolini che usavo nello spettacolo e infine il programma del Festival di Agen. Dopo un mese dalla fine del Festival riapro il flyer e da brava Lenta ma Inesorabile mi rendo conto che ho dimenticato una cosa importante prima di tornare in Italia: scrivere l’ultimo articolo del nostro blog. Ed ecco a voi direttamente dalla camera da letto di una casetta nei pressi di San Piero a Ponti l’ultimo articolo di questa grande avventura, scritto da me e dalla mia fedele valigia che, nonostante me l’avessero sconsigliata tutti prima di partire, si è dimostrata valorosa e indistruttibile. Dedico queste ultime righe a tutte le persone che hanno marciato con me, a tutte quelle che mi hanno aiutato, sostenuto, sopportato e salvato. A tutte le persone che mi hanno accolto, coccolato, ospitato, aperto il loro mondo, che mi hanno insegnato tanto e mi hanno amato così come sono senza pretendere niente di più. A tutti quelli che mi hanno sfamato, prestato vestiti o scarpe, mi hanno dato passaggi, mi hanno guidato, mi hanno fatto fare lavatrici e doccia a casa loro e mi hanno insegnato il francese e tante cose che non conoscevo e non si sono mai tirate indietro quando avevo bisogno. A tutte quelle che mi hanno pensata quando ero lontana da casa e a tutte quelle a cui ho pensato io… Infine dedico questo articolo ai “cattivi” che ho incontrato in questo viaggio, a tutti quelli che hanno tentato di fermare la mia marcia o di sciuparla, a quelli che sono riusciti a farmi male e spesse volte a farmi venire la tentazione di abbandonare la mia impresa, perché grazie a loro ho scoperto la mia fortuna e la mia forza. Festival des Bouts d’choux. Una delle sezioni più interessanti del Festival di Agen è decisamente quella che io amo chiamare Il mondo dei Balocchi ossia la seziona dedicata ai più piccoli. Tutti gli anni gli allievi del terzo anno del Theatre du juor possono presentare un progetto e solo i cinque migliori vengono scelti. Quest’anno per la 19esima edizione sono stati presentati: “La Marche du Roi Savate” scritto e diretto da Antoine Blut, “Le cor sur le nez” a cura di Emanuelle Degeorges, “La princesse ensommeillee” di Soliane Moisset, “L’incroyable histoire de Louis Brouillard” di Christelle Ferreira e infine “La petite fille qui arrete le temps” di Steven Dos Santos. Le storie quanto mai insolite e curiose ci hanno trascinato in mondi surreali tra paesi incantati e principesse fuori dall’ordinario . La Marche du Roi Savate ci ha fatto conoscere un principe imbranato che dopo mille peripezie riesce a conquistare il cuore di una principessa viziata grazie all’aiuto di un ranocchio di un topo e di un corvio. Tra le risa dei bambini per il il geniale ingranaggio di questo spettacolo giunge un messaggio forte e chiaro e quanto mai vero: nessuno è perfetto, nemmeno nelle favole. Dal mondo incantato si passa alla storia di un Clown bianco: Pikou, che ne “Le coeur sur le nez”, appare piccolo e impaurito dal pubblico di bambini, ma grazie a loro e ad altri due clown riesce a trovare il coraggio e a tirare fuori tutto il suo mondo . Dipingendo di rosso i nasi di tutti i bambini Pikou ci ricorda che nell’imperfezione si può trovare la vera bellezza e l’unicità. Soliane Moisset invece ci racconta la storia di una principessa perennemente addormentata che, insoddisfatta della sua vita, si rifugia nei sogni, fino a quando un principe insolito e creativo la risveglia e le fa scoprire la bellezza che esiste nel mondo. “L’incroyable histoire de louis brouillard” invece è una magica storia raccontata da una fata che apre un gigantesco libro e legge la storia di un bambino che tra marionette di fantasmi, cani parlanti e sgregge scopre come superare ogni paura: “ Petit peur si tu es là, c’est qu’un tresor est derrièr toi”. Chiude il festival una storia commuovente e reale che affronta il tema della malattia. La petit fille infatti è una piccola bambina con problemi di cuore che ha il potere di fermare il tempo con un grido e grazie a questi poteri aiuta i suoi amici nelle più disparate situazioni. La malattia avanza e alla fine la bambina verrà salvata da un trapianto di cuore, quello che le è stato donato dal suo più grande amico. Così si chiude la sezione per i bambini del Festival di Agen con grande successo di pubblico e con grandi storie ed emozioni… un po’ surreali, proprio come alle volte può diventare la vita el Theatre du jour: un’isola felice che trasforma i cattivi in buoni, le principesse in streghe, i giganti in orchi mannari e i viaggiatori in sognatori … Non potrei finire questo articolo se non con dei puntini di sospensione perché, si sa, il viaggio non finisce mai, come scrive Antonio Machado:

“…Caminante, son tus huellas el camino y nada más; Caminante, no hay camino, se hace camino al andar. Al andar se hace el camino, y al volver la vista atrás se ve la senda que nunca se ha de volver a pisar…”

Un grazie di cuore sopratutto alla Signora del Maniero che ha corretto, riletto e riscritto tutti i miei articoli.

Adelaide, sempre a passo d’uomo, perché altro passo non conosco.

attraverso il fiume Lot

attraverso il fiume Lot

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Un Chapeau de Paille d’Italie – II° Parte – Lo spettacolo

Se siete un rampollo della borghesia francese immischiato in un matrimonio di convenienza con una giovine siciliana, fate attenzione: avrete a che fare con tutti i numerosi parenti-serpenti catapultati come un fiume in piena a Parigi per assistere all’evento dell’anno. Fadinard, lo sposo in questione, ha soltanto un piccolo problema da risolvere: il giorno del lieto evento il suo cavallo ha divorato un cappello di paglia appartenente a una ricca signora, mentre era impegnata ad amoreggiare nel bosco con un giovane africano dell’esercito. Si dà il caso infatti che Anais sia maritata con un uomo geloso e paranoico, attento al minimo dettaglio, per questo non potrà rientrare in casa prima di aver trovato un cappello di paglia tale e quale a quello che indossava. Si tratta tuttavia di una paglia fine, particolare, proveniente dall’Italia, più precisamente da Firenze, adornata di papaveri rossi… Per salvare l’onore della dama, Ferdinand, seguito alle calcagna dal branco dei parenti della sposa, si destreggerà tra una sarta e una baronessa, a una prometterà la sua mano, all’altra si fingerà un cantante di successo, in un vortice di equivoci, inseguimenti e colpi di scena. Con questa premessa Robert Angebaud porta sul palcoscenico “Un chapeau de paille d’Italie” di E. Labiche, autore brillante a cui in seguito si ispirerà G. Feydeau per le sue commedie. Lo spettacolo, debuttato al 19 Festival di Agen, ha comportato la partecipazione di ben venticinque allievi della scuola del Teatro d’Aquitania. La pièce inizia con gli attori già in scena, voltati di spalle al pubblico, mentre Sophie Jourdan si fa spazio tra loro fino a raggiungere il pianoforte, in un dialogo di sguardi complici con il pubblico; il suo ruolo nello spettacolo non si limita ad accompagnare le canzoni con il pianoforte, ma diventa un personaggio vivo, forse più reale di tutti gli altri, poiché vede sia il pubblico sia i personaggi. Sophie è un tramite tra lo spettatore e i protagonisti assurdi della vicenda, che spesso si siedono a conversare con lei in controscena, oppure chiedono il suo aiuto in una situazione difficile. La prima canzone non ha testo, è una melodia costruita dai suoni emessi dagli attori, che prendono vita come uno stormo di oche, uscendo di scena; da questo intuiamo subito di essere immersi in un mondo particolare.

Un Chapeau de Paille d'Italie - scena iniziale

Un Chapeau de Paille d’Italie – scena iniziale

La reinterpretazione del testo di Labiche da parte del regista è stata senz’altro visionaria e per certi aspetti onirica: tutto ciò che vediamo è come Fadinard se lo immagina, lo spettatore è dunque proiettato nella mente del protagonista, che considera i parenti siciliani inferiori a lui e per questo li vede come una mandria di maiali: gli attori del coro, compresi anche il padre e il cugino della sposa, hanno tutti occhiali tondi e nasi come quelli dei suini; si muovono nello spazio come se fossero un’entità unica che deride, spia, giudica, canta, danza e acclama in un solo respiro. Pieryk Vanneuville, attore e insegnante della scuola, nei panni di Fadinard ha dimostrato un’energia e una concentrazione difficili da sostenere. Per gli allievi non deve essere stato facile  tenere testa a un loro insegnante, eppure molte volte la sintonia era tale che nessuno adombrava l’altro, ma il tutto reggeva brillantemente ed era finalizzato alla riuscita della scena. Senz’altro gli allievi sono cresciuti molto grazie a questa esperienza, anche perché nella pièce ha recitato anche l’insegnante Angnès   François, simpatica e frizzante nei panni della baronessa di Champigny.  I personaggi, da Tardiveau a Vézinet, dalla sarta Clara alla baronessa, dal cugino al padre della sposa, dalla dama maritata al suo amante, dal marito di lei ai suoi domestici, rasentavano il grottesco più estremo, senza per questo risultare finti o forzati; anzi il tutto era ben amalgamato e credibile nella sua intera follia. L’assurdo si è fatto sentire anche nell’indimenticabile pianta di mirto, regalo di nozze del padre della sposa, che cresce di dimensioni ad ogni scena, fino a dover essere trasportata con un carrello. Forse troppo eccentrici i costumi, dai colori sgargianti ed estremi, un vero schiaffo in faccia allo spettatore.

Robert Angebaud alla conferenza stampa

Robert Angebaud alla conferenza stampa

Un plauso principale va agli allievi, travolti in un ritmo frenetico e incalzante, con cinque cambi di scenografia, che erano loro stessi a compiere. Non faccio dunque complimenti ma metto solo nero su bianco il mio parere, quando sostengo che “Un Chapeau de Paille d’Italie” è stato uno tra gli spettacoli più riusciti e godibili del Festival.

La storia ci ha restituito quel sapore di Italia senza esagerazioni: tra canzoni, ballate, risse, scandali, tra l’importanza della famiglia e la ricerca dell’onore. “Non è un’esagerazione” cercavamo di spiegare ad alcuni francesi del pubblico “In Italia siamo proprio così!” La famiglia in questione era siciliana, ma non dimentichiamoci che il cappello di paglia veniva pur sempre da Firenze.

M.E.G.

Per leggere l’articolo precedente e ascoltare l‘intervista al regista R. Angebaud clicca qui.

Un Chapeau de Paille d’Italie I°parte – Intervista a Robert Angebaud

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Il 19°Festival d’Agen si è concluso, ma rimangono in cantiere articoli e ricordi che ci è stato impossibile pubblicare prima del termine, ma che meritano spazio. Tra questi non può mancare l‘intervista a Robert Angebaud, insegnante della scuola teatro d’Aquitania, che ha messo in scena Un Chapeau de Paille d’Italie di E.Labiche. Lo abbiamo incontrato i primi giorni del Festival, appena ha avuto un momento libero è venuto nel cortile del college d’Etat Chaumié per scambiare quattro chiacchiere con noi.

D: Et Donc, come è avvenuto il tuo incontro con il teatro? E come sei diventato insegnante della scuola teatro d’Aquitania?

R: Quand’ero piccolo mio padre si interessava molto al teatro musicale, all’operetta, e io andavo a vederlo ogni sabato, quindi per me il teatro era la musica, il canto. Un giorno ho visto l’avaro di Molière e non c’era né musica né canto e non ho capito niente. Per me nel teatro ci deve essere la musica e quando è possibile anche il canto. Ho cominciato facendo teatro amatoriale, ero in diverse compagnie tra cui una universitaria e una specializzata nel teatro di Brecht. Dopo la guerra di Algeria che io non ho voluto fare, ho incontrato un direttore di una compagnia professionale che  mi ha proposto di essere amministratore della  sua compagnia e di occuparmi delle relazioni pubbliche, tutto questo per poter recitare. Nel 1968 ho incontrato Pierre Debauche e ho lavorato con lui al conservatorio e abbiamo fondato un teatro insieme, lui ha fondato il festival de Francophonie e abbiamo continuato il cammino sempre insieme. Quando Pierre è arrivato ad Agen, mi ha fatto venire voglia di fermarmi, di posare le mie valigie, di fare teatro qui ed è quello che faccio da più di 20 anni.

D: Che cosa pensi di Pierre Debauche?

R: Per me Pierre è prima di tutto un poeta, è un uomo che è capace di fare dei progetti completamente contraddittori e insensati al tempo stesso e di dare fiducia agli altri per farli; ho rispetto e ammirazione per lui. E’ lui che guida la macchina dal 1968 e in quella macchina c’è un posto per me, io mi faccio trasportare.

D: Come scegli i testi da mettere in scena? Perché proprio il Cappello di Paglia di Labiche?

R: C’è un idea che il regista sceglie. Io non ho mai l’impressione di scegliere veramente, mi sembra che le cose mi arrivino. Per le Chapeau è stato Pyerik a dire di fare questo testo.

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D: Per la regia di uno spettacolo, tra recitazione, musiche, canzoni, costumi… Qual è la tua priorità?

R: L’attore. Io posso fare uno spettacolo senza scenografia né decorazioni, ma fondamentalmente mi interessa il corpo dell’attore nello spazio, mi interessa come occupa lo spazio, come si muove, possiamo chiamarlo coreografia, pantomima, commedia, tragedia… Ma i giovani vengono per vedere il corpo dell’attore. Gli attori inoltre devono pensare ai loro costumi e prepararseli da soli.

D: Come avviene la scelta del cast?

R: Io organizzo la distribuzione dei ruoli in base agli accordi e all’armonia delle voci, che devono aiutarsi tra loro e non contrastarsi.

D: Per la creazione di un personaggio fornisci delle indicazioni oppure lasci fare loro delle proposizioni?

R: Mi interessa l’improvvisazione e come ognuno trova il proprio metodo, non ho voglia di lavorare con giovani che hanno tutti lo stesso pensiero, lo stesso metodo, perché quello deve essere personale. Dunque bisogna ricercare, ci sono dei momenti di panico, e quando però non ho il tempo e sono obbligato ad andare più veloce allora devo dare loro delle indicazioni; è la contraddizione del mestiere.

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D: In questo spettacolo i personaggi sono delle caricature, delle parodie, strumenti per criticare la società. La difficoltà in questo spettacolo non è il rischio di cadere in un’interpretazione troppo esteriore?

R: Si ci sono delle difficoltà, ma non come esagerazione, ma di uscire dalle abitudini psicologiche. Stanislavskij penso si applichi al dramma; voi allievi della scuola del teatro Metastasio avete appreso la tecnica della maschera… E usare la maschera ovviamente è un modo di recitare differente dal fare Cechov, poiché non sono dei personaggi reali. Per un attore francese è difficile liberarsi dal dramma. L’importante è jouer. V’è un detto francese che dice “mettersi nella pelle del personaggio”, ma in realtà non la vedi mai, la pelle è la tua.

D: C’è un messaggio che vuoi mandare tramite questo spettacolo?

R: Io non ho un messaggio personale da inviare, so che il testo mi parla di molte cose, mi racconta di una società, Ferdinand è un piccolo borghese, è l’anti-eroe. Mi interessa soprattutto la questione del matrimonio e come si sviluppa in quest’opera… è terribile!

D: La scelta di far indossare dei nasi di maiale alla sposa e a tutti i suoi parenti…

R: Ferdinand racconta un mondo irreale, lui vede una realtà deformata a causa delle sue paure e tutti i giovani che considera inferiori lui li vede come bestie. Quindi ho voluto che il coro divenisse visibile allo spettatore esattamente come lo vede Ferdinard. La maschera è anche un modo per far sentire gli attori del coro più uniti e per accomunarli.

D: Come è stato recitare con i tuoi allievi nel Re Lear?

R: Per me è normale, sono 20 anni che recito con i miei allievi. La mattina si fanno i corsi, il pomeriggio si prova e la sera si recita. Per me è assolutamente normale!

D: A che cosa pensi quando reciti?

R: La sola cosa che mi interessa è divertirmi, di essere come un bambino, la sensazione è la stessa.

Ringraziamo di cuore Robert per la sua disponibilità e per il suo pozzo di esperienze; ci auguriamo di rivederlo presto. Per ascoltare l’intervista in francese seguire il link, troverete senz’altro maggiori dettagli:

Interview en français à Robert Angebaud:

http://yourlisten.com//Rosemaryeiltre_tw/intervista-a-robert-angebaud

La soif de vivre… dopo la scuola

Agen – In molti si domandano cosa faranno una volta terminata la propria formazione teatrale, quale strada prenderanno e quali occasioni cominceranno a scorrere sotto i loro piedi. Non fanno eccezione gli allievi del theatre du jour, tra i quali c’è chi, finito il terzo ed ultimo anno, andrà all’estero, chi all’università, chi invece resterà nel  limbo ancora per un po’, giusto il tempo di riflettere sul da farsi. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare tre  ex allievi di Pierre Debauche che hanno concluso la scuola lo scorso anno, tentando in vari modi di proseguire il loro sogno; ma non è facile, niente lo è mai abbastanza quando si parla di questo mestiere. Ecco che li vediamo immersi nella generale de  La soif de vivre, scritto da Gregoire Bourocher, che nella pièce interpreta Gaspard, un uomo imprigionato dentro al ruolo del suo personaggio; egli infatti è convinto di vivere in un mondo irreale, dove chi è al potere ha soppresso l’acqua sostituendola con una bevanda “Lalavida” per controllare le menti delle persone, vere e proprie macchine da lavoro.  Alice Parrote e Celine Lautie interpretano le sorelle di Gaspard che decidono di risvegliarlo dal trance in cui si trova recitando insieme a lui, tentando di fargli ricordare che quella non è la sua vita, che quel mondo in cui si è nascosto non esiste e che forse il teatro l’ha assorbito a tal punto da fargli perdere perfino se stesso.

“Abbiamo bisogno di un video per farlo girare” ci spiega Alice “Per venedere uno spettacolo è meglio andare di persona da chi potrebbe essere interessato a comprararlo; video e dossier sono necessari”

Ci mostra duque la loro scheda di presentazione composta da 5 pagine: introduzione allo spettacolo, la trama nel dettaglio, i personaggi, a chi si indirizza come pubblico, durata e spazio necessario, tempo necessario per il montaggio e per la preparazione degli attori, gli strumenti tecnici, una pagina con il logo e i contatti della compagnia “Le Thyase, collectif artistique tout terrain”  e una richiesta per poterlo portare nelle scuole, il tutto corredato da una grafica impeccabile.

Alice e Celine ci informano Il cachet minimo per un attore è 200 euro, di cui 120 sono di tasse e il resto rimane all’attore.

Facciamo un in bocca al lupo per questa giovane compagnia e speriamo di poter vedere altre loro rappresentazioni!

Per chi fosse interessato questo è il loro sito internet http://lethyase.com

Vi salutiamo con una canzone di De Gregori,

Una vita da… Bénévole

Agen, ore 8:30 – Suona la sveglia .

Mi giro, apro gli occhi e mi chiedo: « Ma dove sono? » Cerco di fare mente locale e dopo aver pensato a tutti i letti in cui ho dormito e a tutti i posti in cui ho vissuto in questi ultimi due mesi, trovo la risposta : sono nel letto del liceo di Agen perchè sono una bénévole, ossia una volontaria per il 19° Festival di Teatro.

Sorrido tra me e me e poi sbadiglio, mi alzo e vado nel letto difronte al mio dove dorme Maria Elena. La sveglio e le chiedo le chiavi di questo incredibile posto, dato che lei è la “responsabile” e adesso è stata soprannominata da me LA SIGNORA DEL MANIERO.

Scendo le scale, passo tra le classi chiuse e i banchi accatastati di questa scuola, arrivo alla porta di sicurezza, la apro ed ecco un bel sole e e due tecnici che mi salutano con un proiettore in mano. Mentre mi dirigo verso la cucina attraversando il cortile dove è stato costruito il palco in legno, sede degli spettacoli, cerco la chiave giusta per aprire e cominciare questo nuovo giorno. A poco a poco arrivano gli altri  volontari e con loro la signora del maniero  per fare colazione tutti insieme e per decidere la nostra giornata . In programma abbiamo uno workshop di poesia con Françoise Danell fino allé 13:00 e poi ci dedichiamo alla preparazione della serata.

Ci dividiamo in gruppi: c’è chi prende le prenotazioni, chi prepara e stampa biglietti, chi distribuisce volantini e oggi noi siamo addette alla cucina e al bar, tra sandwich, insalate e bevute.  Alle 17:00 cominciamo a tagliare il pane e tra una canzone francese e una italiana arriva come per magia Giulia, la nostra preziosa traduttrice, amica e compagna di marcia che anche lei come noi si occupa dell’organizzazione  del festival.  I bénévole sono tutti giovanissimi ma, nonostante la differenza di età e di lingua, dopo solo tre giorni ci sentiamo già una squadra che ride e  si aiuta, che canta e lavora insieme con gioia. Sono le 21.00,  tutto è pronto ed ecco che le porte del liceo si aprono e cominciano ad arrivare gli spettatori

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Nel mondo dei Cartoons

6 luglio, Agen – Immaginate un paese delle meraviglie, dove una principessa sadica e capricciosa attende impaziente l’arrivo del principe azzurro, ordinato come un pacco postale e mai pervenuto… Improvvisate una faina e un corvo come servitori energici e maldestri e un re impacciato fino all’estremo, impaurito e tragicomico, che non riesce ad esprimere l’amore per la principessa, la quale architetta ogni giorno nuovi stratagemmi per ridere della sua sfortuna. E infine lasciatevi capitombolare nella storia da un rospo, amico fedele del re Savate, che lo spinge e lo segue nelle più pericolose follie per conquistare il cuore della sua amata. Il tutto ricorda una celebre canzone di De André, intitolata “La ballata dell’Amore Cieco”; “un uomo onesto un uomo probo (…) si innamoro’ perdutamente d’una che non lo amava niente”. La storia “La marche du Roi Savate” è stata scritta da Antoine Blut, allievo del terzo anno del theatre du jour, il quale ha utilizzato una mise en scène originale e dal ritmo frenetico: tutti i personaggi presenti si muovono e reagiscono come cartoni animati viventi. Ecco che vediamo martelli giganti, rimbalzi e salti spropositati, secchi ripieni di colla,  dinamite  ed esplosioni come in Willy il Coyote, il tutto accompagnato da una mimica attoriale degna di nota; da segnalare inoltre le maschere dei tre attori che interpretano gli animali, funzionali e ben elaborate, e la figura del drago che viene costruita sul momento con un carrello della spesa, un lampadario come testa e delle forchette per i denti. Le musiche rievocano un videogame di altri tempi; la scenografia si basa su una pedana rotante a due facce: da una parte la reggia della principessa, rosea e confettosa, dall’altra quella del Roi Savate, un caos di pentole e cianfrusaglie. Uno spettacolo che merita di girare, un ottimo inizio per il Festival Bout’s Choux, dedicato a un pubblico più giovane.

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Il Canto come Arma drammaturgica

Sabato 29 giugno, Agen – Nel pomeriggio al theatre du jour proseguono le prove individuali de “Un chapeau de paille d’Italie” di E. Labiche, regia di Robert Angebaud; la musica prende forma, i canti si perfezionano e si plasmano con l’utilizzo di mixer ed effetti sonori che trasformano la voce al microfono. Sophie Jourdan, una delle prime allieve d Debauche, dona vita all’opera con la sua musica e ci svela che le parole dei canti dello spettacolo rispecchiano i cori presenti nel testo di Labiche, il quale li aveva immaginati accompagnati da motivi ben noti all’epoca, come ad esempio “Air de la romance de l’Armandier” o “l’air de Nargeot“; per questo motivo e su indicazione del regista Robert Angebaud, le musiche ideate e suonate dal vivo dalla stessa Sophie si ispirano a canti moderni conosciuti, pensati in modo tale da rievocare nel pubblico qualcosa di familiare, ma in modo non troppo evidente; ascoltandoli si ha infatti l’impressione di conoscerli da sempre, senza tuttavia riuscirvi a trovare una collocazione precisa. Assistiamo in veste di spettatrici privilegiate alla prova del quarto atto e rimaniamo stupite dal ritmo frenetico, dalla pulizia di certi movimenti, dall’energia degli attori e dall’utilizzo del canto non come uno strumento esteriore o descrittivo, ma in modo drammaturgico!

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Il regista non lascia loro tregua ma i risultati non tardano ad arrivare; lo stesso Angebaud, tornato dalle repliche de “Le Roi Lear”, regia di Pierre Debauche, nel quale ha recitato con i suoi allievi, ci informa che lo spettacolo è andato bene e che parte della troupe tornerà il giorno seguente, poiché impegnata in un’altra pièce: si tratta di “Des souris e des hommes“, ispirato al celebre romanzo “Uomini e topi” di John Steinback e che vede alla regia un volto a noi familiare: Agnès François, insegnante della scuola che ci ha accompagnato durante il progetto #teatrosu2piedi; tra gli attori troviamo volti francigeni a noi noti che potremo vedere in scena con questo spettacolo il 9 luglio al 19° Festival d’Agen.

Tra i tetti di Agen

27 giugno, Agen – Ed eccoci qua, in questa mattina nuvolosa, dopo un bel caffè, affacciate alla finestra dell’appartamento francese da cui si intravedono tanti tetti colorati e un gattino solitario. Ieri é stato il primo giorno di vero riposo in cui ci siamo concesse una pausa da questa frenetica e inarrestabile macchina di sogni; dopo un bel giro in città e una merenda a casa della nostra amica  Paloma, abbiamo finito la serata immerse in un concerto africano ospitato da Emmaus, un negozio che vende vestiti, libri, mobili e cianfrusaglie a prezzi stracciati; dopo acquisti di vario tipo restiamo travolte da questo spettacolo di danza e musica che ci ha fatto pensare  all’estate, che qui sembra proprio non decidersi a sbarcare.

Nell’aria si respira una trepidante attesa di questo Festival. Le theatre du jour è sempre aperto e verso le 23:00 ci affacciamo all’ingresso scorgendo persone ancora intente a provare: c’è chi legge, chi lavora in magazzino, chi cerca costumi, qualcuno ci  guarda con aria amabile e stanca e ci saluta. Prima di tornare a casa incontriamo alcuni  dei pochi amici del cammino francigeno  e ci accorgiamo che il tempo è volato via… ci abbracciamo forte senza tante parole,  dopo più di 30 giorni di vita in simbiosi basta uno sguardo per capirsi. Sappiamo solo che siamo stanchi, felici e un po’ estraniati da questa strana esperienza, da questo improvviso ritorno nella vita reale.

Prima di dormire contattiamo la nostra Valentina Parigina e la nostra preziosa traduttrice Guilia: anche loro come noi sentono una certa malinconia e uno strano senso di vuoto; per oggi dunque mandiamo loro un bacio volante e il profumo di quest’ Africa che abbiamo respirato ieri.

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Un saluto dalle vostre lente ma inesorabili Zie sperse tra i tetti di Agen.

Tra un Cappello di Paglia e un Passage de Scénes

25 giugno, theatre du jour, ore 9.30: assistiamo ai “Passage de scènes”, monologhi e dialoghi a due o al massimo a quattro persone di autori vari, la maggior parte francesi come Corneille, Racine, Feydeau, messi in scena dagli allievi del … Continua a leggere

C’è chi parte e c’è chi resta

>>> Guarda le foto dell’ultima leggendaria replica di #teatrosu2piedi alla Place de la Mairie di Agen <<<

Ieri 24 giugno ore 12:00 un bus di attori italiani é partito da Agen, destinazione Prato, dove tutto é iniziato; ognuno con la propria valigia piena di ricordi, libri, sorrisi e panni da lavare, piena di parole, di fatica, di nottate trascorse tra palestre e campeggi, di carte da gioco, di vino e di speranze, di prove e controprove, di sigarette spente, di amori sbocciati, di amicizie nuove, vecchie e consolidate, di vesciche e bastoni, di mappe e canzoni, di trucchi e costumi, di sguardi e di abbracci, di litigi e delusioni, di giochi e di illusioni… Ci salutiamo cantando a squarciagola la canzone “Bella Ciao”.

Gli italiani tornano a casa…non tutti pero’: una di loro si defila questa mattina a Parigi e altre due prendono la folle decisione di non salire su quel bus, di restare ad Agen fino alla fine del Festival che si terra’ dal 5 al 20 luglio. Dopotutto c’è sempre tempo per un altro treno…

I francesi ci guardano stupiti e sorpresi, ma sono felici che una piccola parte d’Italia resti ad Agen, per ricordare loro che non e’ stato tutto un sogno e che la marcia non è ancora finita.

Cena Francese

Cena Francese

La sera ci dedichiamo a uno scambio culinario francese: dopo un mese finalmente una casa, una cucina, una cena artigianale. Tra quiche di vari tipi, vino di San Gimignano, crepes e torta al cioccolato, increduli ci accorgiamo che qualcosa è appena iniziato, mentre tutto il resto è gia, finito, volato chissa’ dove, forse sugli Champs Elysées.