Il Paese dei Balocchi

Dopo tre mesi di viaggio svuoto la mia fedele valigina che adesso è ingrassata (come me, esattamente 7 kg dalla partenza) e rimango immobile nella mia stanza. Sono a casa. L’ultima italiana girovaga è tornata in patria dopo una marcia di un mese, due Festival di Teatro , tre città magnifiche quali Tolosa, Parigi e Bordeaux e un tuffo nell’oceano. Sorrido pensando alla mia avventura e mi rendo conto che un viaggio così non può capitare tutti i giorni…. sono felice che sia capitato proprio a me. Dalla valigia sbuca di tutto: cartoline di musei, mappe, libri francesi, lettere, biglietti di treni, aerei, metropolitane, autobus e traghetti , vestiti sgualciti e malridotti, il mio costume di scena, i pentolini che usavo nello spettacolo e infine il programma del Festival di Agen. Dopo un mese dalla fine del Festival riapro il flyer e da brava Lenta ma Inesorabile mi rendo conto che ho dimenticato una cosa importante prima di tornare in Italia: scrivere l’ultimo articolo del nostro blog. Ed ecco a voi direttamente dalla camera da letto di una casetta nei pressi di San Piero a Ponti l’ultimo articolo di questa grande avventura, scritto da me e dalla mia fedele valigia che, nonostante me l’avessero sconsigliata tutti prima di partire, si è dimostrata valorosa e indistruttibile. Dedico queste ultime righe a tutte le persone che hanno marciato con me, a tutte quelle che mi hanno aiutato, sostenuto, sopportato e salvato. A tutte le persone che mi hanno accolto, coccolato, ospitato, aperto il loro mondo, che mi hanno insegnato tanto e mi hanno amato così come sono senza pretendere niente di più. A tutti quelli che mi hanno sfamato, prestato vestiti o scarpe, mi hanno dato passaggi, mi hanno guidato, mi hanno fatto fare lavatrici e doccia a casa loro e mi hanno insegnato il francese e tante cose che non conoscevo e non si sono mai tirate indietro quando avevo bisogno. A tutte quelle che mi hanno pensata quando ero lontana da casa e a tutte quelle a cui ho pensato io… Infine dedico questo articolo ai “cattivi” che ho incontrato in questo viaggio, a tutti quelli che hanno tentato di fermare la mia marcia o di sciuparla, a quelli che sono riusciti a farmi male e spesse volte a farmi venire la tentazione di abbandonare la mia impresa, perché grazie a loro ho scoperto la mia fortuna e la mia forza. Festival des Bouts d’choux. Una delle sezioni più interessanti del Festival di Agen è decisamente quella che io amo chiamare Il mondo dei Balocchi ossia la seziona dedicata ai più piccoli. Tutti gli anni gli allievi del terzo anno del Theatre du juor possono presentare un progetto e solo i cinque migliori vengono scelti. Quest’anno per la 19esima edizione sono stati presentati: “La Marche du Roi Savate” scritto e diretto da Antoine Blut, “Le cor sur le nez” a cura di Emanuelle Degeorges, “La princesse ensommeillee” di Soliane Moisset, “L’incroyable histoire de Louis Brouillard” di Christelle Ferreira e infine “La petite fille qui arrete le temps” di Steven Dos Santos. Le storie quanto mai insolite e curiose ci hanno trascinato in mondi surreali tra paesi incantati e principesse fuori dall’ordinario . La Marche du Roi Savate ci ha fatto conoscere un principe imbranato che dopo mille peripezie riesce a conquistare il cuore di una principessa viziata grazie all’aiuto di un ranocchio di un topo e di un corvio. Tra le risa dei bambini per il il geniale ingranaggio di questo spettacolo giunge un messaggio forte e chiaro e quanto mai vero: nessuno è perfetto, nemmeno nelle favole. Dal mondo incantato si passa alla storia di un Clown bianco: Pikou, che ne “Le coeur sur le nez”, appare piccolo e impaurito dal pubblico di bambini, ma grazie a loro e ad altri due clown riesce a trovare il coraggio e a tirare fuori tutto il suo mondo . Dipingendo di rosso i nasi di tutti i bambini Pikou ci ricorda che nell’imperfezione si può trovare la vera bellezza e l’unicità. Soliane Moisset invece ci racconta la storia di una principessa perennemente addormentata che, insoddisfatta della sua vita, si rifugia nei sogni, fino a quando un principe insolito e creativo la risveglia e le fa scoprire la bellezza che esiste nel mondo. “L’incroyable histoire de louis brouillard” invece è una magica storia raccontata da una fata che apre un gigantesco libro e legge la storia di un bambino che tra marionette di fantasmi, cani parlanti e sgregge scopre come superare ogni paura: “ Petit peur si tu es là, c’est qu’un tresor est derrièr toi”. Chiude il festival una storia commuovente e reale che affronta il tema della malattia. La petit fille infatti è una piccola bambina con problemi di cuore che ha il potere di fermare il tempo con un grido e grazie a questi poteri aiuta i suoi amici nelle più disparate situazioni. La malattia avanza e alla fine la bambina verrà salvata da un trapianto di cuore, quello che le è stato donato dal suo più grande amico. Così si chiude la sezione per i bambini del Festival di Agen con grande successo di pubblico e con grandi storie ed emozioni… un po’ surreali, proprio come alle volte può diventare la vita el Theatre du jour: un’isola felice che trasforma i cattivi in buoni, le principesse in streghe, i giganti in orchi mannari e i viaggiatori in sognatori … Non potrei finire questo articolo se non con dei puntini di sospensione perché, si sa, il viaggio non finisce mai, come scrive Antonio Machado:

“…Caminante, son tus huellas el camino y nada más; Caminante, no hay camino, se hace camino al andar. Al andar se hace el camino, y al volver la vista atrás se ve la senda que nunca se ha de volver a pisar…”

Un grazie di cuore sopratutto alla Signora del Maniero che ha corretto, riletto e riscritto tutti i miei articoli.

Adelaide, sempre a passo d’uomo, perché altro passo non conosco.

attraverso il fiume Lot

attraverso il fiume Lot

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Un Chapeau de Paille d’Italie I°parte – Intervista a Robert Angebaud

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Il 19°Festival d’Agen si è concluso, ma rimangono in cantiere articoli e ricordi che ci è stato impossibile pubblicare prima del termine, ma che meritano spazio. Tra questi non può mancare l‘intervista a Robert Angebaud, insegnante della scuola teatro d’Aquitania, che ha messo in scena Un Chapeau de Paille d’Italie di E.Labiche. Lo abbiamo incontrato i primi giorni del Festival, appena ha avuto un momento libero è venuto nel cortile del college d’Etat Chaumié per scambiare quattro chiacchiere con noi.

D: Et Donc, come è avvenuto il tuo incontro con il teatro? E come sei diventato insegnante della scuola teatro d’Aquitania?

R: Quand’ero piccolo mio padre si interessava molto al teatro musicale, all’operetta, e io andavo a vederlo ogni sabato, quindi per me il teatro era la musica, il canto. Un giorno ho visto l’avaro di Molière e non c’era né musica né canto e non ho capito niente. Per me nel teatro ci deve essere la musica e quando è possibile anche il canto. Ho cominciato facendo teatro amatoriale, ero in diverse compagnie tra cui una universitaria e una specializzata nel teatro di Brecht. Dopo la guerra di Algeria che io non ho voluto fare, ho incontrato un direttore di una compagnia professionale che  mi ha proposto di essere amministratore della  sua compagnia e di occuparmi delle relazioni pubbliche, tutto questo per poter recitare. Nel 1968 ho incontrato Pierre Debauche e ho lavorato con lui al conservatorio e abbiamo fondato un teatro insieme, lui ha fondato il festival de Francophonie e abbiamo continuato il cammino sempre insieme. Quando Pierre è arrivato ad Agen, mi ha fatto venire voglia di fermarmi, di posare le mie valigie, di fare teatro qui ed è quello che faccio da più di 20 anni.

D: Che cosa pensi di Pierre Debauche?

R: Per me Pierre è prima di tutto un poeta, è un uomo che è capace di fare dei progetti completamente contraddittori e insensati al tempo stesso e di dare fiducia agli altri per farli; ho rispetto e ammirazione per lui. E’ lui che guida la macchina dal 1968 e in quella macchina c’è un posto per me, io mi faccio trasportare.

D: Come scegli i testi da mettere in scena? Perché proprio il Cappello di Paglia di Labiche?

R: C’è un idea che il regista sceglie. Io non ho mai l’impressione di scegliere veramente, mi sembra che le cose mi arrivino. Per le Chapeau è stato Pyerik a dire di fare questo testo.

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D: Per la regia di uno spettacolo, tra recitazione, musiche, canzoni, costumi… Qual è la tua priorità?

R: L’attore. Io posso fare uno spettacolo senza scenografia né decorazioni, ma fondamentalmente mi interessa il corpo dell’attore nello spazio, mi interessa come occupa lo spazio, come si muove, possiamo chiamarlo coreografia, pantomima, commedia, tragedia… Ma i giovani vengono per vedere il corpo dell’attore. Gli attori inoltre devono pensare ai loro costumi e prepararseli da soli.

D: Come avviene la scelta del cast?

R: Io organizzo la distribuzione dei ruoli in base agli accordi e all’armonia delle voci, che devono aiutarsi tra loro e non contrastarsi.

D: Per la creazione di un personaggio fornisci delle indicazioni oppure lasci fare loro delle proposizioni?

R: Mi interessa l’improvvisazione e come ognuno trova il proprio metodo, non ho voglia di lavorare con giovani che hanno tutti lo stesso pensiero, lo stesso metodo, perché quello deve essere personale. Dunque bisogna ricercare, ci sono dei momenti di panico, e quando però non ho il tempo e sono obbligato ad andare più veloce allora devo dare loro delle indicazioni; è la contraddizione del mestiere.

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D: In questo spettacolo i personaggi sono delle caricature, delle parodie, strumenti per criticare la società. La difficoltà in questo spettacolo non è il rischio di cadere in un’interpretazione troppo esteriore?

R: Si ci sono delle difficoltà, ma non come esagerazione, ma di uscire dalle abitudini psicologiche. Stanislavskij penso si applichi al dramma; voi allievi della scuola del teatro Metastasio avete appreso la tecnica della maschera… E usare la maschera ovviamente è un modo di recitare differente dal fare Cechov, poiché non sono dei personaggi reali. Per un attore francese è difficile liberarsi dal dramma. L’importante è jouer. V’è un detto francese che dice “mettersi nella pelle del personaggio”, ma in realtà non la vedi mai, la pelle è la tua.

D: C’è un messaggio che vuoi mandare tramite questo spettacolo?

R: Io non ho un messaggio personale da inviare, so che il testo mi parla di molte cose, mi racconta di una società, Ferdinand è un piccolo borghese, è l’anti-eroe. Mi interessa soprattutto la questione del matrimonio e come si sviluppa in quest’opera… è terribile!

D: La scelta di far indossare dei nasi di maiale alla sposa e a tutti i suoi parenti…

R: Ferdinand racconta un mondo irreale, lui vede una realtà deformata a causa delle sue paure e tutti i giovani che considera inferiori lui li vede come bestie. Quindi ho voluto che il coro divenisse visibile allo spettatore esattamente come lo vede Ferdinard. La maschera è anche un modo per far sentire gli attori del coro più uniti e per accomunarli.

D: Come è stato recitare con i tuoi allievi nel Re Lear?

R: Per me è normale, sono 20 anni che recito con i miei allievi. La mattina si fanno i corsi, il pomeriggio si prova e la sera si recita. Per me è assolutamente normale!

D: A che cosa pensi quando reciti?

R: La sola cosa che mi interessa è divertirmi, di essere come un bambino, la sensazione è la stessa.

Ringraziamo di cuore Robert per la sua disponibilità e per il suo pozzo di esperienze; ci auguriamo di rivederlo presto. Per ascoltare l’intervista in francese seguire il link, troverete senz’altro maggiori dettagli:

Interview en français à Robert Angebaud:

http://yourlisten.com//Rosemaryeiltre_tw/intervista-a-robert-angebaud